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A Trieste nella “Clinica del tappeto” di Ersilia

Un mestiere antico, certosino, a tratti magico. Siamo entrati nella “Clinica del Tappeto”, come ci piace definirla. La bottega di una restauratrice di tappeti che ci ha svelato un mondo fatto di nodi, trame, colori, persino erbe. Perché ogni tappeto è unico e richiede un’attenzione esclusiva.

“La me scusi, ma non so parlar. E me emoziono troppo”. Ersilia Bacchetti ha una bottega di quelle che noti per caso, poco al di fuori dal centro di una cittadina di provincia. In questo caso siamo a Trieste ed Ersilia sfoglia commossa il book dei suoi lavori di restauratrice di tappeti.

“La vol veder una magia?”, mi dice in triestino,”eccola”. Strabuzzo gli occhi, perché mi mostra uno scatto che immortala qualcosa che sa veramente di miracoloso, ovvero la scomparsa di un buco, dieci centimetri per dieci, che andava a deturpare un meraviglioso tappeto antico: per chi non è del mestiere, un danno irreversibile. Ma come ha fatto, le chiedo. Ho ricostruito la trama e l’ordito, mi risponde.

Sì certo, ma i materiali non sono mica quelli di una volta.

Ovvio che no, ma si fa in modo che assomiglino. Ci sono dei metodi specifici per invecchiare la lana, come batterla con un martello, scurirla col caffè, bruciarla per ricreare un effetto opaco antico. Segreti del mestiere, tramandati a voce, come il decotto che uso per pulire i tappeti. Però non posso dire quali erbe ci sono dentro.

Tappeti
Ersilia al telaio. Foto di Radivoj Mosetti

Quando ha iniziato a fare questo mestiere?    

Nel 1956. Mia madre erano un’artigiana, realizzava calzature. Mio nonno confezionava le scarpe per le cantanti che si esibivano al teatro lirico. Ero l’unica figlia femmina di sei fratelli e mia madre voleva per me un lavoro artistico e così, a quindici anni, sono stata messa a bottega dal signor Eskenazi, un grande maestro e importatore storico di tappeti. La mia paga era cinquanta lire alla settimana. Era un uomo gentile e quando vendeva un tappeto premiava noi lavoranti con frutta, brioche e caffelatte. All’epoca i tappeti persiani erano molto in voga, il mercato era fiorente. In realtà, piacciono ancora adesso, ma purtroppo gran parte di essi sono di lana sintetica e tessuti a macchina.

Come si capisce se un tappeto è di fattura industriale?

Non ha la continuazione della trama, dove di solito si inseriscono le frange. È tagliato di netto e spesso ha l’orlo sovrapposto alla rinfusa. Inoltre, la lana sintetica nel giro di poco tempo perde il vello soprastante. Un tappeto persiano originale? Lascia sempre un po’ di sabbia, perché viene tessuto a terra. E poi non ha un disegno perfetto.

Tappeti che possono essere dei piccoli tesori.

Ci sono tappeti persiani dell’ottocento che valgono anche 30mila euro. Ci sono moltissimi tipi di tappeto pregiato, tipo gli hamadan e i caucasici e tra gli europei gli aubusson. Questo ad esempio è un bukhara doré. Sa come sono nati questi tappeti? Sono stati ideati da un tessitore cacciato dalla Persia e trasferitosi in Russia. Esistono nella variante rosa, bianco…

Tappeti
Disegno e forme del bukhara dorè. Foto di Rossana Vesnaver

Quanto tempo ci vuole per rimetterne a posto uno?

Se si ha a che fare con dei nodi piccoli, anche una settimana. Perché ci sono nodi e nodi, tipo il senneh, detto anche “nodo persiano” o il ghiordes, “nodo turco”. Se un tappeto ha 5000 nodi, bisogna infilare 10.000 volte l’ago. E poi le frange a telaio, sono difficili da inserire. Il tappeto più difficile da restaurare è il kilim, che i nomadi usavano anche come coperta. È senza vello e quindi nascondere il rattoppo è più difficile. Per fare questo mestiere bisogna conoscere bene ogni tipologia di tappeto e fare quello che si pensa sia giusto. Se qualcuno mi impone di restaurarlo in un modo che per me non è appropriato, dico di no.

Una curiosità. Ma è un lavoro che si può fare anche su un maglione danneggiato dalle tarme?

Certo! Pensi che una volta ho rimesso a posto la spalla di un cappotto mangiato da un topo. Era di Aurelia Gruber Benco, figlia di Silvio, il celebre scrittore.

Ha avuto a che fare anche con dei tappeti “celebri”?

Sì, con uno appartenuto alla famiglia Kennedy. Me lo portò una signora di Roma per rimetterlo un po’ a posto. Però il restauro che più mi ha commosso è quello di una serie di arazzi ottocenteschi con dei guerrieri. Ho dovuto rifare tutta la testa di un cavallo, con tanto di occhi e denti.

Tappeti
Fili che si intrecciano a comporre una figura. Una creazione di Ersilia in divenire. Foto: Rossana Vesnaver

Lei parla di tappeti con grande passione.

In ogni tappeto restaurato lascio qualcosa di mio. Quando lavoro non penso mai a quanto posso guadagnare. In questo mestiere bisogna mettere tutta la propria arte e il proprio amore. Con amore e fantasia, si riesce a fare tutto. Io creo anche dei piccoli arazzi. Bastano quattro semplici pezzi di legno, dei chiodini, un pettine e un ago senza punta. Lavorare a telaio è come suonare al pianoforte.

Perché dietro c’è tutto un mondo che sa di musica…

La conosce la leggenda del canto del tappeto? In Persia, le donne che tessevano avevano sempre il telaio rivolto verso un muro. Non dovevano distrarsi e fare attenzione a un maestro cantore che batteva il tempo di esecuzione cantando. Due rossi, due verdi, due gialli, due blu, un rosso e così via. Le tessitrici tessevano esattamente quello. Non è qualcosa di magico?

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