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Il ritorno del disco: nostalgia e amore puro per la musica

Il ritorno del disco (che può valere anche una fortuna!). Parliamo del vinile che – negli ultimi anni – sembra risorto a nuova vita. Un ritorno al passato ben visto da molti artisti del presente, che preferiscono incidere le loro musiche su disco. Una scelta condivisa anche da qualche casa discografica. Vuoi mettere la pastosità del suono, il commento di chi se ne intende, anche se c’è qualche imperfezione.

“Perchè il graffio è come la vita, ha un rumore di fondo”, dice Maurizio Giugovaz, che da anni organizza, a Trieste, la Mostra mercato del disco, cd e dvd usato e da collezione che si è appena svolta. In linea con le manifestazioni che si tengono nelle grandi città, la febbre del collezionista si misura pure in provincia, anche se in Italia non è a livelli di quella riscontrabile oltremanica e oltreoceano. Quasi maniacale.

Il ritorno del disco: la caccia grossa al pezzo raro c’è sempre, budget permettendo. Maurizio Giugovaz, ci può fare qualche esempio?

Questa copia di “The paper and the gates of dawn”, primo album in studio dei Pink Floyd. Si tratta dell’edizione italiana. La particolarità è che arrivò in Italia nel 1971, fuori tempo massimo perché quattro anni dopo la pubblicazione inglese. E c’è altro. In copertina, dov’è raffigurata la band, c’è ancora Syd Barrett, ormai sostituito – all’epoca – dal chitarrista David Gilmour. Nel 1971, Barrett si era già ritirato. Inoltre, la copertina italiana a differenza di quella britannica non riporta il titolo dell’album, ma solo il nome della band. Un vinile che può essere valutato sui 600-700 euro. Unplayed copy, però.

Pink Floyd
“The paper and the gates of dawn”, primo album in studio dei Pink Floyd.

Cosa significa “Unplayed copy”?

Vuol dire che il disco non ha più il cellophane della confezione, ma non è stato mai suonato, quindi è perfetto. Ci sono diversi gradi di conservazione ed esiste una terminologia inglese mutuata anche in Italia che ti dice quanto un vinile è stato ascoltato, quant’è usurato o appunto se è in condizioni perfette. Ad esempio “mint”, vuol dire che il disco è praticamente intonso, “near mint”, presenta un lievissimo difetto, “still sealed”, ancora sigillato.

Una terminologia riportata sul sito di Discogs, uno dei più grandi database dedicati alla musica elettronica, con circa 5 milioni di titoli. O su quello di Recordcollector, illustre magazine britannico del settore. Ma parliamo ancora di cifre.

Una vera e propria rarità è il “Volume one” di un gruppo inglese che si chiamava Human beast, in attività per un paio d’anni. La Decca scommise su di loro, malgrado suonassero musica heavy progressive e non si avvalse, come facevano altre case discografiche, di una “sotto etichetta”. Ha una valutazione di 1500 euro. E poi c’è Schifano, sui 4000-4500 euro.

Schifano chi?

Il pittore. Mario Schifano nel 1967 fece quello che già aveva fatto Andy Warhol con i Velvet Underground. Decise di produrre un album di musica d’avanguardia, un po’ raffazzonata, ma d’effetto. Non vendette quasi nulla. Schifano disegnò la copertina, fece degli scatti di questo gruppo che suonava. Il disco, uscito in vinile nero e rosso è quasi introvabile, specie il secondo.
Il prezzo si è però abbassato, anche nel caso di Schifano. A intervenire lespositore romano Tonino Funari. La crisi infatti si sente. Nel mercato del disco da collezione vale però di più la legge della domanda e dell’offerta. Se un collezionista è intenzionato ad acquistare un disco costoso e lo trova mai suonato, è disposto a pagare anche di più.

Il ritorno del disco: dove ci si può fare un’idea delle quotazioni?

Su siti come Discogs o Ebay.

Passione vinile.
Passione vinile.

Il ritorno del disco… che potrebbe valere quanto un terno al lotto?

In effetti sì, anche se la quotazione varia da nazione a nazione. Per la discografia inglese, per esempio “Round the edges” dei Dark, uscito nel 1972. Una ventina le copie esistenti. Conosco un distributore russo che sarebbe disposto a pagarne una anche 20.000 euro, per poi rivenderla a non meno di 30.000. Anche la ristampa, è difficile da trovare.

Uno però, pensando all’Inghilterra, avrebbe detto i mitici Beatles…

In madre patria hanno venduto molto. Certo possono essere molto quotati, ma spesso a valere di più sono le edizioni estere, tipo quelle giapponesi, con gli ideogrammi o le copertine completamente diverse. E ci può essere differenza anche nell’ordine dei contenuti, osserva Maurizio Giugovaz. Gli stessi Beatles, ma anche i Rolling Stones, uscivano in Inghilterra o in America con una track list completamente diversa, per veicolare il brano di punta che poteva anche non essere lo stesso.

E un gruppo quotatissimo a livello italiano?

I Cherry Five, 4000 euro, per quell’album del 1974, pubblicato due anni dopo. A rispondere ancora Giugovaz. Era rimasto in stand by, perché tre dei suoi componenti facevano parte dei Goblin, Claudio Simonetti compreso. Nel frattempo Dario Argento aveva commissionato loro la colonna sonora di “Profondo rosso”, che li ha resi famosi. Il disco fu registrato in Inghilterra. L’etichetta Cinevox voleva un disco strumentale stile Emerson, Lake & Palmer.

Il ritorno del disco però apre un problema: come ascoltarli?

Il ritorno del disco ha aperto un mercato in questo senso perché è necessario far girare bene un vinile. Il mio consiglio è che è meglio un usato sicuro, un vintage, piuttosto che supporti moderni esteticamente più accattivanti, ma con la meccanica che lascia a desiderare. Quindi, il vecchio giradischi, quello dell’epoca.

Pixies
Luca Sartor, espositore veneziano, ci mostra un tour program dei Pixies.

Non solo dischi, dunque. Ma anche giradischi e, a sorpresa, anche programmi dei tour e manifesti di concerti… “In Italia per il momento è un collezionismo di nicchia“, ci spiega Luca Sartor, espositore di Venezia. “Nei vecchi tour program – aggiunge – c’erano foto, date della tournée, testi delle canzoni. Una volta si compravano assieme alle magliette e facevano parte del merchandising ufficiale. Pixies, Morissey… i programmi dei loro concerti sono rari e valgono, ma c’è ancora poca richiesta. Però dipende. Ne avevo uno dei Depeche Mode e l’ho venduto a 70 euro. Era di un tour giapponese”.

Ci viene il sospetto che anche in questo caso orientale, faccia rima con buon affare.

Perché sono edizioni curate graficamente, molto ricche, con molte pagine. E ci sono in giro pochissime copie.

Il ritorno del disco… e dei manifesti?

Sì, spesso al vinile veniva affiancato un poster. Vanno molto quelli di Hendrix o dei Pink Floyd. Ho una riproduzione di un manifesto di un loro concerto tenuto a Londra, all’Ufo Club. Erano agli inizi. Costa 20 euro, ma se fosse originale varrebbe migliaia di sterline. Anche per i manifesti, è una questione di rarità. Quelli punk, ad esempio, sono più difficili da trovare e quindi più quotati.

E di quali gruppi?

Sex pistols, Damned, Buzzcock. I Sex Pistols avevano dietro una macchina pubblicitaria enorme. I loro vecchi manifesti pubblicitari viaggiano oggi dalle 500 alle 4000 sterline. Quello originale del tour di “God save the queen”, disegnato da Jamie Reid, può valerne anche 6000.

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