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Intervista a Luca Crivellari: ‘diventiamo costruttori di pace’

Per la rubrica #TheItalyStylePeople, oggi la parola passa a Luca Crivellari. Un lungo percorso di vita e di studi che non finisce mai e si arricchisce sempre di più. Educatore, Counsellor, docente a Venezia alla facoltà di psicologia e trainer in Italia e all’estero. Una vita ricca di esperienze, conoscenza, passione per l’individualità preziosa di ciascuno e alla base, una grande Fede che lo guida ogni giorno e lo ha portato in missione in Palestina a incontrare e dialogare con persone di ogni religione, ispirate dal desiderio di diventare costruttori di pace. Buona lettura!

Nato a Torino il 30 ottobre 1975, Luca Crivellari è “figlio” dell’Olivetti, beneficia di tutte le possibilità offerte dal sistema filantropico creato dall’azienda eporediese. Colonie estive e invernali, animazione, sport, attività di ogni genere. Frequenta le scuole elementari con grande difficoltà, e le scuole medie con successo: i Salesiani hanno trovato le chiavi giuste per un bambino “difficile”.

Si iscrive al liceo classico “C.Botta” di Ivrea. “Il percorso di studi è stato meraviglioso – si racconta a TheItalyStyle – anche se mi sono lasciato un po’ chiudere dalle richieste degli insegnanti rinunciando ad aspetti che sarebbe stato molto più importante coltivare; più musica suonata e sport (invece che dati e nozioni a sfinimento) avrebbero avuto risultati più significativi dal punto di vista esistenziale”.

Sceglie di diventare educatore, per cui si laurea in Scienze dell’educazione e consegue una laurea specialistica con percorso basato sulle dipendenze. Con i Salesiani di don Bosco dal 1996 al 2006, lavora in comunità per minori, educativa di strada, comunità tossicodipendenti e prostituzione. Consegue il baccalaureato in Filosofia e in Teologia “gli studi più utili che ho fatto, mi hanno cambiato lo sguardo sulla vita”.

Lavorando con i tossicodipendenti sente l’esigenza di prepararsi di più sulla conduzione dei gruppi terapeutici, quindi diventa Counsellor in analisi transazionale integrata. Proprio grazie al counselling si apre il mondo della psicologia grazie all’incontro con psicoterapeuti molto esperti che lo supportano nella sua intuizione di proseguire gli studi.

Dal 2006 al 2016 insegna nelle scuole superiori “una passione totale, un Paradiso”, sottolinea. Nel 2006 l’incontro con “Synergy”, realtà Olandese che lo introduce nel mondo dei Training. Entusiasta si butta con tutto se stesso partecipando a molti training e assistendo più volte. Inizia la sua attività come freelance trainer internazionale, che cresce costantemente.

Nel frattempo continua gli studi, si laurea in Psicologia dell’educazione e successivamente in Psicologia Clinica. Dal 2013 è anche docente alla facoltà di Psicologia dell’Università IUSVE di Venezia.

Oggi collabora in modo continuativo e dedicato con IUSVE per le docenze alla facoltà di psicologia e lo sviluppo di training in molti ambiti sia in Italia che all’estero, e continua la sua attività di freelance in italiano e in inglese, senza confini. Eterno studente, studia al 3° anno della scuola di psicoterapia Aetos. “C’è ancora tutto da imparare”… dice.

Luca Crivellari
Incontro, dialogo, ascolto. Le parole che guidano i gruppi di lavoro di Luca. Qui in un progetto svolto a Rondine, cittadella per la pace con partecipanti da Israele, Palestina, Turchia e Italia

Luca Crivellari, chi è e cosa fa nella vita?

Chi è luca lo sto scoprendo poco a poco. Sono un credente. Questa è la mia caratteristica più importante. Sono innamorato di Dio, delle persone e del mondo. Nella fede trovo il punto di partenza e di arrivo di tutto il mio essere e di tutto il mio fare.

Lavoro con oltre 35 nazionalità tutti gli anni, con persone di fedi diverse e culture diverse, di ogni estrazione sociale; la “mondialità” è un tema che mi ha sempre appassionato fin da quando avevo 16 anni, quando ho incontrato una ONG che si chiama VIS, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo; mi ha aperto gli occhi e il cuore sul mondo, sulle differenze, sulle ingiustizie, sulle povertà. Di lì è partito un colore che è rimasto indelebile e sempre vivo dentro di me. L’impatto con i Paesi poveri ha segnato molto il mio cammino.

Sono una persona a cui piace crescere, migliorarsi, imparare. Ho una curiosità molto vivace. Mi piace davvero tanto imparare. Sarei un eterno studente, scolaro, seguace, etc. Infatti ho sempre lavorato e studiato, e questo per me è stato importantissimo; mi ha reso più agile e flessibile sia dal punto di vista professionale che mentale.

Meno assoluto o assolutizzante, meno tragico sulle cose di ogni giorno e sulle richieste del quotidiano. Avere diverse realtà che mi occupano si traduce in una distribuzione dell’energia che non si congestiona in singole realtà, non si sovraccarica in modo nevrotico, ma si distribuisce.

Per raccontarmi ti do una breve “timeline” professionale. Educatore prima con i minori in comunità e in educativa di strada, successivamente sono passato alle tossicodipendenze in comunità e alla prostituzione, poi per una decina d’anni insegnante alle scuole superiori, e da 4 anni docente all’università IUSVE di Venezia Mestre.

Nel frattempo nel mio percorso ho incontrato il mondo dei “Trainings”, in Olanda; mi sono innamorato di quello che succedeva in queste settimane intensissime e della metodologia utilizzata, il Learning By Doing. Ho frequentato moltissimi trainings da partecipante e poi da assistente, e quando mi son sentito pronto ho iniziato a condividere le cose più utili e significative inizialmente con i giovani e poi con persone di tutte le età.

Affiancavo questa attività a quella di insegnante, con grande soddisfazione e pienezza. Ho sempre tenuto una finestra sul disagio conclamato, facendo il “servitore insegnante” ai Club degli Alcolisti in Trattamento. Attualmente lavoro per l’università IUSVE di Venezia, straordinaria realtà, per alcune docenze alla facoltà di Psicologia dell’Educazione e Psicologia Clinica e per sviluppare i Trainings in vari ambiti: paesi in guerra, sviluppo personale, conflict transformation, comunicazione, didattica per insegnanti, giovani. Sono mondi splendidi.

Luca Crivellari
Dal conflitto alla connessione. Un percorso di vita e conoscenza. Con Martina, Anna e Giedre per un progetto in Armenia con partecipanti da 12 nazionalità diverse, alcune in guerra tra loro.

Questo web mag si chiama ‘The Italy Style’, l’Italia secondo te oggi ha davvero un proprio stile? E se sì quale?

Non ho mai avuto un forte senso di appartenenza locale, regionale o nazionale. Anche quando lavoro con le persone di tutto il mondo cerco le persone, non le nazionalità o le appartenenze. Quando posso vado anche oltre la “cultura”. Cerco di andare alla persona in sé, al suo essere “umano”. In questo modo mi rendo conto che riesco a raggiungere davvero le fibre dei cuori.

Non guardo la TV da 20 anni, non leggo i giornali… perché mi sono reso conto che mi annerivano l’anima. Ho guadagnato una grande libertà quando ho spento queste due fonti di informazioni che mi instupidivano o mi creavano angoscia. Questo mi ha liberato anche dalle mode, me le ha fatte riconoscere come dei grandi mezzi di manipolazione e distrazione di massa.

Mi appassionano tantissimo le individualità, le persone, quello che portano dentro, le loro storie, le loro lotte, le loro sconfitte, le loro ferite, le loro vittorie, i loro sogni. Questo è il mio livello di immersione nel mondo. Molto “micro” direi. Per cui mi fa fatica rispondere a questa domanda perché le generalizzazioni non mi sono mai piaciute, e le realtà di ogni persona sono davvero individuali e diverse, così come le differenze anche solo tra nord, centro e sud Italia sono davvero grandi. Su scala planetaria ancora di più.

Se proprio mi chiedi un discorso generale, ti condivido la mia piccola esperienza, su un doppio versante: quello della accoglienza delle persone e quello del mio andare in giro per il mondo. Da diversi anni faccio couchsurfing, ho ospitato centinaia di persone a casa mia e moltissime mi hanno detto che sognano di vivere in Italia. Girando il mondo in varie realtà ho iniziato a capire il perché.

Ci sono alcuni aspetti dello “stile italiano” che sanno di famiglia, accoglienza, cura, calore umano, allegria, e poi la bellezza naturale combinata con l’arte. Cose che un po’ sono dei bisogni di tutti gli esseri umani. Mi sono reso conto che questo in Italia ha un carattere un po’ speciale. È come se questa alchimia, questa combinazione di elementi autorizzasse le persone a essere più “umane” e più “elevate” allo stesso tempo. Più umane a tutto tondo.

Luca Crivellari
Ci si conosce e ci si confronta partendo da un sorriso.

Certamente tu, di stile, ne hai: nel lavoro, nei progetti che proponi in Italia e nel mondo miri a creare relazione e a costruire veri ponti tra le persone. Cosa significa per te avere uno stile? …e soprattutto, come comunicarlo in modo corretto?

Se mi leggesse qualcuno che mi conosce potrebbe ribaltarsi dalle risate solo all’abbinamento tra il concetto di “stile” e Luca. Cerco di intuire una risposta che c’entri con me. Ho uno stile informale ma mi piacciono le cose di qualità. Questo mix di informalità e qualità è qualcosa che mi caratterizza.

Contenuti, libri, musica, arte… Non ho una cura e uno stile nel vestire. Mi vesto nei negozi di seconda mano, ho anche qualche “problema” con la formalità, nel senso che non mi sento a mio agio in abiti formali. Non sono mai riuscito a collegare la formalità alla qualità delle persone.

Per esempio, considero che le persone più pericolose al mondo sono tra quelle in giacca e cravatta; una ragazza con il trucco perde posizioni nel mio indice di gradimento estetico rispetto a una senza trucco.

Aldilà di questo ti dico: credo davvero che ciò che ogni persona passa all’altro viene dall’anima, da come nutre e cura la propria interiorità. Che si traduce poi in scelte, modalità, “stili” di vita. Credo veramente che l’interiorità, o l’anima, sia l’unica cosa in nostro possesso.

Se ci ragioni è vero. Lasceremo tutto qui. Se ci credi, l’unica cosa che ci resterà è l’anima. Quindi è la “cosa” più importante a cui ho scelto di dedicarmi. Fare scelte che la nutrano e evitare quelle che la danneggiano. Di lì viene tutto il resto. Anche lo stile.

Rispetto allo stile, credo che il migliore sia quello che ci fa sentire a nostro agio. Conoscere le proprie “core qualities”, accoglierle, e lavorarci sù. Ad esempio io mi sono reso conto che invece di spaventarmi certe situazioni mi attiravano. E mi attivavano. E così mi sono confrontato con persone che consideravo sagge e mi hanno aiutato ad accogliere queste caratteristiche.

Questo mi ha portato nelle comunità, sulle strade, nelle stazioni, nelle povertà, nei paesi in guerra. Poi alcuni valori di fondo imprimono dei caratteri dello stile. Ti faccio un esempio concreto. Mi faccio dare del “tu”, e dò del tu a tutti. A scuola o in università potrebbe essere visto come una forma di giovanilismo, una modalità “sbagliata”.

Lo faccio per una scelta precisa, di cui non mi sono pentito e per la quale la realtà mi dà ragione tutti i giorni. Credo profondamente che ci sia una fraternità che lega tutti gli esseri umani, e che possiamo tradurre nel quotidiano. Anche in ruoli asimmetrici. Con il “tu” non tolgo l’asimmetria educativa o il ruolo, ma posso usarlo per creare vicinanza e intimità. Così con i genitori degli allievi, con i colleghi, con i “capi”, con tutti. Il “tu” sincero crea vicinanza inaspettata e vera, se è vera. Ci avvicina. Considerando che rispetto alla Vita e a Dio non abbiamo differenze di “livello” nella nostra “umanità”.

Ecco, in queste dimensioni mi sento a mio agio. Mi sento a mio agio con le persone della strada, con quelli che bazzicano nelle stazioni, nelle situazioni di povertà o critiche. Ho questa predisposizione per il contatto con le persone che hanno sbagliato o stanno sbagliando. E quindi i miei luoghi nel mondo sono questi. Poi porto tutto questo nelle classi, nelle aule, nei trainings… e sono altri mondi. Credo che se ognuno riconosce cosa è nelle sue corde interiori e cosa no, lo stile viene da sé. Non è qualcosa da “ricercare”. La vita poi plasma sul resto. Gioie, imprevisti, sofferenze, modificano il nostro sguardo sulla vita e quindi anche alcuni atteggiamenti.

Come comunicare lo stile… credo di non essermi mai preoccupato di questo. Lo stile è qualcosa che si vive, si incarna. Se a qualcuno piace qualcosa del tuo stile può prendere, imitare, fare suo, integrare. Così faccio anche io. Dovendo trovare ognuno il suo è più un lavoro di questo tipo, di modellamento reciproco per “ispirazione”. Poi ognuno si regolerà sui risultati che ha e farà i suoi aggiustamenti. Altrimenti mi spaventa un po’ l’espressione “comunicare il mio stile”.

Luca Crivellari
L’incontro con l’altro comincia dalla strada.

Sei tornato recentemente da una vera e propria missione in Palestina in cui hai tenuto un training per counsellors e psicologi provenienti dalle scuole del luogo. Unire persone di religioni differenti, ma con un unico grande scopo, allora non è così difficile? Ci racconti come si fa?

Ho scritto in precedenza cosa sta dietro a quello che faccio. Questo aiuta a costruire ponti, come hai detto tu, a unire senza pretendere un’omologazione, ma nel rispetto delle differenze. Credo che mi aiutino tre atteggiamenti di fondo.

Il primo è non pretendere di avere la verità e di essere nella verità. Credo che ogni essere umano abbia delle predisposizioni, delle esperienze di vita, delle domande che lo portano a cercare delle risposte. Queste risposte possono avere sorgenti diverse. Trovate le risposte ognuno cerca di viverle. E nel cammino di ogni essere umano ci sono sistemi di pensiero che orientano, crolli di certezze, conti che non tornano… Rispettare il cammino di ognuno, e porsi nello stile della condivisione della propria esperienza invece che nello stile dell’insegnamento o del “io ho le risposte che cerchi” etc. credo che aiuti a fare unità.

Il secondo atteggiamento credo sia l’ascolto profondo. Il provare a mettersi le scarpe dell’altra persona e vedere come si cammina. Non credo che riuscirò mai a “capire” cosa vive una persona, ma posso provare a vivere alcuni contesti, alcune situazioni per potermi avvicinare al suo “sentire” o almeno per potergli mostrare la mia vicinanza. Forse. Ma l’ascolto, l’autenticità aiutano a far sentire l’altra persona importante, degna, umana.

Il terzo atteggiamento che mi aiuta è partire dal livello dell’ “umanità”, del nostro essere “umani”. Dalla dimensione antropologica-esistenziale profonda. Quella accomuna tutti, a qualsiasi latitudine. Siamo tutti figli. Siamo tutti Generati. Abbiamo tutti un’origine. E per questo possiamo realizzare la nostra originalità. Abbiamo tutti dei bisogni fondamentali.

Ci realizziamo quanto più amiamo. Proviamo gioia quando aiutiamo, soffriamo per amore, incomprensione, e per molte altri ragioni più o meno ragionevoli, abbiamo aspirazioni, e desideri, moriremo, etc. questi dati antropologici sono anche dei luoghi antropologici, che se impariamo a “frequentare” esistenzialmente, ci connettono profondamente con le altre persone. A questi livelli è più facile fare unità in qualsiasi luogo e in qualsiasi situazione, dagli uffici di Confindustria ai marciapiedi delle stazioni.

Comunicare ‘il bello’ e ‘il buono’ non è semplice, né facile, certamente è necessaria un’ottima dose di capacità comunicativa che tu, indiscutibilmente hai tanto da averla fatta diventare un lavoro: come si fa a essere costruttori di pace anche attraverso il proprio lavoro?

Vedi, non ritengo di avere dosi di capacità comunicativa ottime o oltre la media. Ho scelto di dire ai miei percorsi professionali attento al presente ma anche alle mie esigenze e alle mie peculiarità. Cercando di ascoltare cosa mi chiedesse la vita in quel momento. La capacità comunicativa è una conseguenza. Non è fatta tanto di tecniche.

Oggi si comunica in milioni di modi, viviamo immersi in un mondo che comunica. Forse da sempre. Watzlawick docet. Ma l’accesso rispettoso ai cuori è dato da altro: da un credere che ci sia del divino in ogni essere umano. Che ci sia una fraternità che mi rende intimo a ogni granello di umanità. A questi livelli si comunica veramente. Si scambia. Si condivide.

Quindi ti direi che coltivando questi grandi valori, che generano unità e pace, si sentiranno a un tratto spuntare i germogli della pace dentro di sé. Se la si custodisce e si cerca di metterla nella vita anche se potrà essere massacrata, si arriverà a comunicare in modo straordinario. E a comunicare pace.

Da ragazzo, mi appassionavano le vite dei grandi personaggi della storia dell’umanità. Anche adesso, ma ho iniziato da ragazzo. Divoravo vite di santi, di “grandi” come Ghandi, Martin Luther King, Madre Teresa, Don Bosco, il Dalai Lama e Chiara Amirante, fondatrice di Nuovi Orizzonti e la loro straordinaria realtà a cui mi sento intimamente vicino e in qualche modo appartenente… sono tutti stati grandi comunicatori e grandi costruttori di pace. Ecco cercavo di mettere in pratica la loro forza e la loro tenerezza. Forse dai risultati si vergognano un po’ di me… Tu pensa che trovo che per me la cosa più difficile sia stare in pace dentro. E con le persone più vicine a me. Sono ancora a questo livello. Quindi ho ancora tanto cammino da fare. Però è un bel cammino.

Dal punto di vista professionale due ingredienti che possono essere utili per costruire pace sono: rispettare chi collabora con te, anche se c’è dissenso o si vedono le cose in modo diverso, o è scomodo… ; e condividere (con saggezza non in modo scriteriato) ciò che si scopre, quello che funziona, perché chi riceve da te possa andare oltre a dove sei arrivato tu. Magari anche insieme a te. Ma non è detto. È cercare di vivere in logica win-win invece che in altre logiche, che rallentano il percorso di crescita delle persone e delle società.

Luca Crivellari
Una della attività svolte da Luca e Giedre.

Che consiglio dare a chi da grande vuole diventare il prossimo ‘Luca Crivellari’?

Ce n’è già uno e, oltre a qualcosa di buono e forse bello, ha fatto anche errori e creato sofferenze. Conosco bene la mia storia, l’ho vissuta e la vivo, quindi quando qualcuno mi scrive “più luca per tutti” mi faccio una risata, ringrazio Dio che qualcosa che ho detto o fatto ha ispirato qualcuno, e continuo a seminare. Mi piace pensare di lavorare per conto di Dio. Senza pretese, ma cerco di partire da Lui e ricondurre tutto a Lui. Poi… meglio che ognuno diventi se stesso, anche perché così non lo potrà fare in modo sbagliato. Siamo pezzi unici e irripetibili. E servi inutili. Come ci insegna Gesù. Quindi niente cloni.

Lavoro con una ragazza splendida, che tu hai conosciuto. Si chiama Giedre Kaupaite, viene dalla Lithuania. Con lei condividiamo questo “core” di andare al cuore delle cose, di aiutare i partecipanti ai nostri Trainings a ri-contattare il proprio cuore, il proprio essere “umani” e ripartire ad agire da questa sorgente, dalla propria originalità e identità più profonda. Per questo ci chiamiamo “Heartquakes”, la scossa del cuore.

Con lei, quando qualcuno chiede di seguirci per diventare “Trainer”, stiamo molto attenti a non generare dei cloni. Ognuno diventerà trainer e inizierà a lavorare di fronte ai gruppi solo quando si sentirà pronto. Lo facciamo provare e riprovare di fronte a noi perché acquisisca sicurezza, diamo feedback, e cerchiamo di valorizzare lo stile di ognuno perché possa essere “originale” e non “fotocopia”. Quindi un solo luca, basta e avanza, miliardi di altri pezzi unici.

Vuoi contattare Luca Crivellari? 

Puoi scrivergli una mail: luka.cricri@gmail.com; heartquake.trainings@gmail.com

Oppure chiedigli l’amicizia su Facebook.

 

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